|
Il
caso del bupropione
Epidemiologia & prevenzione settembre - ottobre 2000,
p. 235
Il caso etico
Il caso del bupropione, un antidepressivo che fa smettere
di fumare
Apprendiamo dai giornali italiani che la CUF ha posto il bupropione, un
farmaco antidepressivo che aiuta i fumatori a smettere di fumare, in fascia
C (cioè viene incluso nella farmacopea ufficiale ma è disponibile
solo a pagamento).
Il quesito
Il bupropione dovrebbe passare in fascia A ed essere reso
disponibile gratuitamente a tutti i fumatori che desiderano smettere di
fumare?
Il commento
Considerazioni scientifiche a favore. Nella rassegna sistematica
contenuta nella Cochrane Library (edizione del 2000, 2nd release, Update
Software Ltd, Oxford 2000), c’è una singolare discordanza
tra i risultati della meta-analisi e i commenti dei suoi autori.
La meta-analisi su quattro studi pubblicati riporta una odds ratio di
2,7 per una cessazione del fumo perdurante dopo 12 mesi dall’inizio
della terapia in coloro che usavano il bupropione. L’intervallo
di confidenza al 95% è pari a 1,9-3,9, dunque l’effetto ha
una bassa probabilità di essere dovuto al caso. In altre parole,
la differenza non è attribuibile ai piccoli numeri osservati. Di
più, poiché la frequenza dell’esito (smettere di fumare)
è dell’8% nei trattati con il placebo, il Numero che è
necessario trattare (nnt) è pari a 1/(0,08 x 0,63) = 20. E’
cioè sufficiente trattare 20 soggetti con bupropione per riconoscere
un successo che dura almeno 12 mesi, un’efficacia piuttosto marcata.
In una sperimentazione finora non ripetuta, in cui pazienti trattati con
bupropione + cerotto alla nicotina erano paragonati con pazienti trattati
col solo cerotto, il rischio relativo era 2,5 (ic 1,6-4,1).
I fumatori erano stati trattati con bupropione per periodi di 7-13 settimane,
a seconda degli studi, ed erano sottoposti – come il gruppo di controllo
– anche ad attività di disassuefazione d’altra natura
(incontri di gruppo).
Alla luce di questi risultati sono abbastanza sorprendenti le conclusioni
degli estensori della rassegna: «There is little evidence that anxiolytics
aid smoking cessation. Some antidepressants (bupropion and nortriptyline)
can aid smoking cessation. It is not clear whether these effects are specific
for individual drugs, or a class effect». Tra l’altro, il
bupropione riduceva l’entità della sindrome da astinenza
e l’aumento di peso successivo alla cessazione del fumo. L’efficacia
del farmaco risultava indipendente da una precedente depressione e sembra
dunque non essere legata all’effetto antidepressivo in quanto tale.
Considerazioni scientifiche contro. Quali sono allora la
ragioni per lo scarso entusiasmo dei curatori della rassegna?
L’argomentazione principale consiste nella constatazione del fatto
che le terapie sostitutive della nicotina (cerotto o spray) si sono dimostrate
efficaci e dotate di pochi effetti collaterali in più di 80 sperimentazioni,
mentre l’effetto del bupropione è al momento dimostrato solo
da 4 trial di piccole dimensioni (da 23 a duecento soggetti, per un totale
di 518 persone trattate col farmaco) che utilizzavano dosaggi diversi.
Inoltre, due studi non sono stati pubblicati per esteso, ma solo in forma
sintetica cosa che rende difficile una valutazione di appropriatezza metodologica.
Il bupropione ha causato convulsioni in soggetti trattati per la depressione
(circa 1 caso su 1.000), ma in nessuno dei soggetti trattati per smettere
di fumare. A causa del maggiore cumulo complessivo di prove a favore dei
cerotti, i curatori della rassegna suggeriscono di condurre altre sperimentazioni
in cui i cerotti siano adeguatamente paragonati con la terapia antidepressiva.
Considerazioni etiche a favore. Distinguiamo tra le considerazioni
etiche a favore dell’adozione del farmaco nella lotta al tabagismo
dalle considerazioni che riguardano la sua disponibilità gratuita
nell’ambito del ssn italiano.
Partiamo dal presupposto (non ancora del tutto dimostrato) che il bupropione
sia efficace, con un nnt di 20. Si tratterebbe di uno degli strumenti
preventivi più efficaci oggi disponibili, perché smettere
di fumare riduce drasticamente (sul lungo periodo) il rischio di tumori
in varie sedi, di malattie cardiovascolari, di pneumopatie croniche eccetera.
La domanda è: quali sono le implicazioni etiche dell’uso
di un metodo preventivo squisitamente individualizzato e di tipo farmacologico?
Non è forse contrario alla logica della prevenzione agire sulla
psiche dell’individuo attraverso un farmaco? Si può obiettare
che la dipendenza da tabacco non è dissimile da altre forma di
dipendenza per le quali si ammette un trattamento farmacologico, come
la dipendenza da eroina. Si tratta di condizioni in cui l’individuo,
nonostante gli sforzi e la buona volontà, non riesce a liberarsi
dell’abitudine patogena. Dunque, ricorrere a un farmaco, tanto più
se privo di effetti collaterali, è perfettamente giustificato.
Dai due punti precedenti (nnt basso, peculiarità della sindrome
di dipendenza da nicotina), deriva una risposta positiva anche al secondo
quesito: il Servizio sanitario nazionale deve concedere il bupropione
gratuitamente ai fumatori, altrimenti si nega l’accesso a un intervento
di provata efficacia (che potrebbe tranquillamente rientrare nei Livelli
essenziali di assistenza) alle persone meno abbienti, contraddicendo apertamente
uno degli obiettivi del Piano sanitario nazionale.
Considerazioni etiche contro. I protocolli sperimentali
prevedevano trattamenti con bupropione di 7-13 settimane. Non è
chiaro se gli ex fumatori debbano continuare a prendere il farmaco per
periodi più lunghi al fine di mantenere l’effetto, e se tale
assunzione possa avere degli effetti collaterali, compresa un’assuefazione
e una sindrome di astinenza. Se così fosse, sarebbe prematuro inserire
questo farmaco tra gli strumenti di prevenzione garantiti dal ssn: non
sarebbe infatti ragionevole rischiare di sostituire, con denaro pubblico,
milioni di fumatori con milioni di dipendenti da un antidepressivo. Sarebbe
più ragionevole dunque lasciare che il farmaco venga usato da chi
lo vuole (a pagamento) in attesa che si rendano disponibili le informazioni
necessarie.
Conclusioni. Non mi è chiaro (ma forse qualcuno
può chiarirlo sulle pagine di questa rivista) se la collocazione
del buproprione in fascia C anziché in fasce superiori sia avvenuta
per la relativa povertà delle prove scientifiche (almeno in confronto
con i cerotti alla nicotina) oppure per altri motivi (farmaco efficace,
ma incoerente con i principi della politica preventiva). In questo secondo
caso sarebbe bene che i criteri delle scelte venissero chiariti esplicitamente.
Un problema più generale è se la valutazione di un’attività
preventiva debba seguire canali e criteri diversi da quelli di un intervento
terapeutico. Effettivamente, la prevenzione pone problemi particolari,
in quanto si rivolge a persone sane e ha implicazioni di non poco conto
per quanto riguarda la libertà personale, la confidenzialità
eccetera. Sarebbe utile avere un intervento sul tema, sulle pagine di
questa rivista, da parte di qualche membro della Cuf.
Paolo Vineis
|